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Quant’è difficile fare il pubblico ministero in un Paese che non cerca più la verità

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Quant’è difficile fare il pubblico ministero in un Paese che non cerca più la verità

«Dispensatori di sofferenza, ecco cosa siamo», mi diceva anni fa un sostituto procuratore romano, ragionando sul Pubblico ministero. Quelle tre parole, prive di cinismo e di rassegnazione, sintetizzavano il sentimento e il destino di chi sceglie di fare il pm, pubblica accusa ma sotto accusa egli stesso, a torto o a ragione, e non solo per le sofferenze dispensate a chi finisce sotto le sue grinfie. L’attuale stagione politica potrebbe essere decisiva per il suo futuro nell’assetto istituzionale del paese e la sua “riforma” sarebbe un ulteriore segnale della lenta e progressiva erosione dei nostri spazi di democrazia costituzionale.

Dopo aver rialzato la testa, negli anni Sessanta, dalle «nebbie» della lunga sudditanza al potere politico, nel decennio successivo il pm «scopre» il senso costituzionale della sua indipendenza; con Mani Pulite finisce sotto i riflettori abbaglianti dei media, assapora la fama dell’eroe, ma poco dopo si ritrova nella polvere, fiaccato da una narrazione politica che alimenta la percezione sociale di una giustizia «manettara», ad orologeria, ingiusta, irragionevolmente lunga, irresponsabile, colpevolmente fallace, quando non eversiva. Un grande, ingannevole spot per sostenere la riforma costituzionale della «separazione delle carriere», cavallo di battaglia di tutti i governi di centrodestra, che ben si salda con la «madre di tutte le riforme», quella sul premierato forte, e con la filosofia ad essa sottostante di un premier solo al comando che non può avere contrappesi di alcun genere, come una magistratura indipendente in ogni sua articolazione. Quand’anche diventasse un «poliziotto allo stato puro», il cittadino sarebbe garantito dal giudice, assicura l’Unione delle camere penali, da sempre sponsor ufficiale della separazione delle carriere e di un Pm «finalmente» parte del processo. Di fatto, uno snaturamento del suo ruolo costituzionale (non a caso occorre una modifica della Costituzione) «di garanzia» – delle libertà, dei diritti, della sicurezza collettiva, della verità processuale – che si nutre della medesima cultura del giudice, e che perciò dovremmo coltivare, anzi pretendere.

Perché è ciò che fa del pm una parte «imparziale» del processo, come spiega Edmondo Bruti Liberati, magistrato di lungo corso ormai in pensione, nelle pagine di un libro dal titolo forse poco accattivante – Pubblico ministero – ma che fin dal sottotitolo – Un protagonista controverso della giustizia – promette un racconto sincero e di grande respiro: storico, culturale, giudiziario, intellettuale, etico. Promette e mantiene, perché le 180 pagine di questo volume, edito da Raffaello Cortina Editore, raccontano – attraverso una miriade di fatti accaduti, vicende giudiziarie, confronti con altri Paesi, aneddoti, citazioni – una storia che ci riguarda e che dobbiamo conoscere per non essere fagocitati dai mega spot del centrodestra; raccontano la partita vera che si gioca intorno a questo «protagonista controverso»; radono al suolo narrazioni pseudogarantiste dominate spesso da luoghi comuni, intrise di ideologia se non di veri e propri inganni; e si concludono con un suggerimento prezioso: cercare di «unire», invece che di separare, in una comune cultura avvocati, giudici, pm. Che è poi la cultura costituzionale.

Edmondo Bruti Liberati è entrato in magistratura nel 1970, dopo un’esperienza universitaria, e ne è uscito nel 2015: 45 anni durante i quali non ha indossato solo i panni del pm. I suoi primi passi in toga li ha mossi negli uffici giudicanti e anche in quelli poco blasonati della sorveglianza, a contatto con carceri e detenuti. Una formazione molto importante. Magistrato democratico, al di là della sua storica appartenenza a Md di cui è stato leader come lo è stato dell’Anm, ha guidato dal 2010 e fino alla pensione una delle procure più importanti d’Italia, quella di Milano, non senza polemiche, anche interne. Personalmente lo considero uno dei magistrati più colti e seri che il nostro Paese abbia avuto, dotato fra l’altro di una qualità rara, saper parlare e scrivere in modo chiaro, semplice, per farsi capire davvero da tutti, per rendere conto del proprio operato, tanto più quando, come nel caso del pm, entra così profondamente nella vita e nella libertà delle persone.

Non a caso, alla «comunicazione» delle procure il libro dedica ampio spazio, sottolineando il “dovere di comunicare” di giudici e pm per confrontarsi con le critiche alle proprie decisioni e contribuire a una corretta informazione dell’opinione pubblica. «Rendendo conto delle iniziative adottate e delle scelte effettuate sin dalle prime fasi dell’indagine – si legge a pagina 83 – la procura assolve un dovere che in democrazia riguarda tutte le autorità pubbliche; le eventuali valutazioni critiche si baseranno su dati informativi corretti e tutto ciò contribuisce a costruire fiducia nella giustizia».

Sono parole tanto più importanti in questi tempi di «bavagli», imposti ai magistrati e non solo; ma anche perché questo «dovere» del pm, cui corrisponde il “diritto” dei media di accedere alle informazioni sulle indagini, va di pari passo con un altro dovere, quello di evitare protagonismi ed esternazioni lesive del principio della presunzione di innocenza. Indebito protagonismo e cattiva informazione si combattono con un’arma formidabile, a volerla davvero usare, la deontologia, senza ingessare le modalità della comunicazione, come le conferenze stampa, che sono invece uno dei momenti più significativi di democrazia, purché non siano vessatorie, con domande filtrate e repliche vietate (ne abbiamo avuto un esempio con la conferenza stampa di inizio anno della premier Meloni) ma nelle quali sia effettivo il contraddittorio con i giornalisti. Anche nella fase segreta delle indagini, ci dice Bruti, il confronto con tutti i giornalisti, in condizioni di parità, è l’unico strumento per veicolare informazioni compatibili con gli altri interessi in gioco (ferma restando, ovviamente, la libertà dei giornalisti di cercare eventuali ulteriori elementi di interesse pubblico).

Si chiama trasparenza. Ma con la trasparenza questo Paese ha un problema, purtroppo, perché non l’ha mai frequentata veramente e quindi non sa confrontarsi con i fatti, preferisce il segreto, l’oscurità, l’ambiguità, dove chiunque può tessere la trama del racconto che preferisce. Non è un caso, si ricorda nel libro, se molti pm non amano la conferenza stampa così come non la amano molti giornalisti, perché tutti preferiscono coltivare i propri canali privilegiati.

È un passaggio delicato ma essenziale soprattutto in questo momento in cui, in nome di un presunto garantismo, si vorrebbe far calare il silenzio su tutto, con disposizioni fra l’altro incoerenti tra loro: si vieta di pubblicare il testo, e persino alcuni stralci, dell’ordinanza di custodia cautelare, anche quando è divenuta pubblica (consentendo solo un resoconto “per riassunto” da parte del giornalista), ma si lascia aperta la possibilità di pubblicare il provvedimento emesso in sede di riesame dal Tribunale della libertà.

Va da sé che in questo contesto, alimentato da una cultura antisistema, «sono essenziali l’assunzione di responsabilità e la deontologia» di pm e giornalisti per sottrarre qualunque alibi e, semmai, alzare un argine alle progressive erosioni della democrazia.

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