Monday, March 4, 2024

Marco Patricelli: così i gioielli dei Savoia vennero nascosti a Hitler

I gioielli reclamati dai figli dell’ultimo re d’Italia Umberto II di Savoia furono depositati nella Banca d’Italia 3 giorni dopo il referendum istituzionale. Lo attesta un verbale in bollo da 12 lire del 5 giugno 1946, alle ore 17. Il deposito delle «gioie di dotazione della Corona del Regno» era stato effettuato dal reggente del Ministero della Real Casa Falcone Lucifero, con l’assistenza del grand’ufficiale Livio Annesi, direttore capo della Ragioneria. La decisione era stata di Umberto stesso, che il 13 giugno alle 15.40 lascerà il Quirinale per salire sull’aereo che da Ciampino l’avrebbe portato in esilio a Cascais.

Quel tesoretto recentemente è stato ritenuto da Vittorio Emanuele e dalle sorelle Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice illegittimamente detenuto dalla Repubblica italiana, in quanto appartenente al patrimonio familiare, e pertanto per rientrarne in possesso avevano avviato nel 2022 un procedimento giudiziario, tutt’ora in corso. I gioielli che era solita indossare la regina Elena erano stati messi al sicuro la sera del 6 settembre 1943, tre giorni dopo la stipula segreta dell’armistizio a Cassibile, che sarebbe stato proclamato nel pomeriggio dell’8 dal generale Eisenhower e confermato ai microfoni dell’Eiar da Pietro Badoglio in serata. Vittorio Emanuele III aveva convocato a Villa Savoia il direttore capo della Ragioneria del Ministero della Real Casa, Livio Annesi appunto, e il direttore generale, il conte Vitale Cao di San Marco, dando incarico di provvedere a nascondere i gioielli della Corona che erano in quel momento custoditi nella cassaforte n. 3 del Quirinale. Ovviamente non fornì alcuna motivazione.

Il re sapeva che tra gli accordi intercorsi con gli Alleati attraverso il generale Giuseppe Castellano, c’era anche la concreta possibilità dell’allontanamento da Roma. I due prelevarono allora l’astuccio di pelle contenente i preziosi e lo portarono alla Banca d’Italia, dove venne custodito nel caveau. Ma con un’accortezza: con la precisa finalità di ingannare i tedeschi nel caso avessero occupato la Capitale, aprirono un’altra cassetta di sicurezza al Banco di Roma. Solo che non vi misero nulla. Dopo la fuga all’alba del 9 settembre, i tedeschi arrivarono davvero. Nel timore che avrebbero replicato quanto già avvenuto a Napoli, con la sistematica razzia delle cassette di sicurezza, venne contattato il comandante dei Corazzieri del re, il barone Ernesto de Sanctis di Pianella. A questi fu detto che doveva tentare di recuperare il contenuto della cassetta nel caveau della Banca d’Italia.

Il 23 settembre de Sanctis, con aplomb e sicurezza, oltrepassò l’ingresso presidiato dai paracadutisti della Luftwaffe e con grande sangue freddo prese l’astuccio e uscì senza che nessuno lo fermasse. Al Quirinale lo attendevano Annesi e Vitale Cao, i quali avevano convocato un muratore fidatissimo, per nascondere i preziosi in una nicchia ricavata in un cunicolo sotterraneo. Non passò molto tempo che i tedeschi si presentarono al cospetto di Annesi, reclamando la consegna del tesoro dei Savoia. Il direttore della Ragioneria prima informò l’ufficiale della Wehrmacht che i preziosi erano stati portati via con la fuga da Roma, il 9 settembre, poi aprì la cassaforte n. 3 del Quirinale che era ovviamente vuota. Non fu neanche necessario portare i tedeschi al Banco di Napoli e mostrare la cassetta di sicurezza vuota. Il trucco funzionò. Il mito del tesoro portato via nella fuga di Pescara, però, continuerà ad aleggiare. Secondo un’altra versione il comandante dei Corazzieri de Sanctis avrebbe invece nascosto i gioielli della regina nella sua casa di famiglia a Pianella, vicino a Pescara, per poi riportarli a Roma liberata. Non c’è alcun dubbio che a giugno 1946 furono consegnati al governatore Luigi Einaudi e depositati nel caveau della Banca d’Italia. Carta (da bollo) canta. 

Related Articles

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Latest Articles