Wednesday, February 21, 2024

Catania, chi sono i 7 ragazzi insospettabili accusati di aver violentato la 13enne davanti agli occhi del fidanzato

Per i sette ragazzi egiziani accusati di aver violentato una ragazzina di 13 anni nella Villa Bellini a Catania è il giorno delle udienze di convalida dei fermi. Uno stupro di gruppo avvenuto davanti agli occhi del fidanzato della vittima. Gli indagati sono arrivati tutti in Italia a bordo di barconi tra il novembre 2021 e il marzo 2023. Nel momento in cui sono arrivati in Italia erano tutti minorenni (oggi due di loro sono maggiorenni) sono stati portati in centri per minori non accompagnati. Gli operatori delle strutture li definiscono «normali» e «con un approccio relazionale sano».


Secondo quanto raccontato dal Corriere della Sera, i sette ragazzi egiziani si erano inseriti bene nella comunità. Due lavoravano nell’edilizia, uno svolgeva un tirocinio. Il 19enne che ha collaborato con gli inquirenti ha frequentato corsi di italiano nella struttura d’accoglienza che in Italia è stata la sua prima casa, e avrebbe dovuto cominciare i laboratori formativi per il tirocinio. Era anche in attesa di ricevere un permesso studio-lavoro per il quale il tribunale di Catania aveva dato parere favorevole. «Quel che è accaduto ci ha sconvolti», racconta l’avvocata Angela Pennisi, responsabile Area legale immigrazione della comunità. «Il ragazzo mantiene il legame con la sua famiglia di origine, ha partecipato alle attività della parrocchia e di animazione e ai laboratori di fotografia. È un giovane che ha mostrato sempre desiderio di impegnarsi, dando buoni riscontri. Lo definirei una persona dolce», ha concluso. L’altro, quello che ha collaborato, «è sotto choc. Solo ora ha compreso la gravità di quel gesto».


La violenza si è consumata martedì scorso, 30 gennaio, nel tardo pomeriggio. La ragazzina stava passeggiando con il suo fidanzato di diciassette anni nel parco al centro della città, Villa Bellini, quando viene importunata da un gruppo di sette giovani di origine egiziana. Il suo racconto agli investigatori è angosciante: «Vi imploro, vi supplico, non mi fate del male, lasciatemi andare…». Lo strazio di quella che è poco più di una bambina di fronte a un’aggressione furiosa, brutale. Ha provato a fermare i suoi aggressori chiedendo pietà, ma non c’è riuscita. Due ragazzi del gruppo, quelli oggi in custodia cautelare, l’avrebbero costretta a rapporti sessuali mentre gli altri sarebbero rimasti a guardare. Costretto ad assistere alla scena, il fidanzato. Secondo la testimonianza della presunta vittima, anche il ragazzo che sta collaborando con i magistrati avrebbe partecipato alla violenza sessuale. Il secondo dna trovato sugli abiti della ragazza appartiene all’ultimo degli arrestati.

Stupro di Catania, la ragazza riconosce i violentatori: “Li supplicavo di smettere”. L’udienza di convalida lunedì mattina

riccardo arena




Il gip del Tribunale per i minorenni deve valutare la posizione di tre indagati, compreso il settimo fermato che si è accertato essere un neo maggiorenne. La Procuratrice per i minorenni di Catania, Carla Santocono, redigerà gli atti urgenti, compresa la convalida dei fermi, e poi stralcerà dall’inchiesta la posizione del maggiorenne e trasferirà alla Procura distrettuale il fascicolo che lo riguarda. Stamattina, dunque, il gip Carlo Umberto Cannella, valuterà la posizione di quattro indagati, e non di cinque come si era appreso precedentemente, per i quali la Procura distrettuale, con l’aggiunto Sebastiano Ardita e il sostituto Anna Trinchillo, ha chiesto la convalida del fermo e l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare.

A indagare su questo tragico ed ennesimo episodio di violenza sessuale è il gruppo “fascia debole”: un piccolo gioiello all’interno della procura del capoluogo siciliano. È composto da otto magistrati più il coordinatore, il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, che coordina anche la area 3 della Direzione Distrettuale Antimafia. Il gruppo è composto da magistrati molto affiatati tra loro che si vedono sempre in apposite riunioni, negli ultimi sei mesi sono state emesse otto direttive, di cui tre rivolte alla polizia giudiziaria, si fanno riunioni periodiche, si formano gli organi di polizia nel corso di appositi incontri. Il risultato è che nell’ultimo semestre sono stati trattati oltre 250 casi di codice rosso ed emesse oltre 50 richieste cautelari tra, custodia in carcere, arresti domiciliari con braccialetto elettronico, divieto di avvicinamento e allontanamento dalla casa familiare. Quest’oggi rappresenta un deterrente per un luogo considerato a rischio di codice rosso l la come la provincia di Catania, dove in passato sono avvenuti femminicidi molto gravi. Ecco perché all’indomani del grave fatto di Catania sono scattate le indagini con un metodo assolutamente collaudato che ha portato all’immediata soluzione del caso in meno di ventiquattr’ore, facendo convergere investigazioni tradizionali ed indagini tecnico-scientifiche.

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